In un sagace articolo del Guardian del 2013 si ricordava che se nell’Amazzonia si usava catturare un nemico, togliere il teschio, far bollire la testa per rimpicciolirla e mostrarlo come trofeo e avere il suo spirito dalla propria parte (le cosiddette Tsantsa), ora si può ottenere la stessa cosa in maniera meno primitiva e cruenta con la tecnica di scansione, inventata per prima a Tokyo nel quartiere delle giovani tendenze. Al di là dell’azzardato paragone, se già allora era “magico” miniaturizzare un essere umano, la stessa magia e stupore ora si rinnova con la possibilità di scandire e stampare una persona, sia a figura intera che mezzobusto. Il livello raggiunto dalla scansione e dalla stampa full color ha raggiunto oggi risultati eccellenti.

 

DALLA MAGIA AL PROCESSO TECNICO

 

Il processo di creazione, oramai è ben noto, prevede l’acquisizione con uno scanner a luce strutturata, o un booth comprendente più scanner automatizzati, ma più spesso un grande rig di macchine fotografiche. Differenze: se uno scanner viene utilizzato per tantissimi scopi ed è trasportabile, il booth ha una singola finalità; se la scansione a singolo scanner è abbastanza dettagliata ed economica, un booth che ha un costo circa simile può dare un risultato non di altissimo livello rispetto ad un buon singolo scanner. Altra cosa è il rig professionale, composto di 50-100-200 reflex che genera invece grandi risultati (viene usato spessisimo nell’industria del cinema per creare avatar digitali), e consente di catturare – a differenza dello scanner – una singola posizione della persona in un tempo zero. Qui si sale decisamente di prezzo, ma si ha la possibilità della cattura one shot, capace di catturare posizioni anomale tipo un salto (il film Matrix è l’esempio più noto), o soggetti difficili da congelare in posizioni fisse (animali, bambini, ecc).

 

 

Nel caso che la digiitalizzazione venga eseguita con singolo scanner, occorre un processo di allineamento delle viste, talvolta problematico se il soggetto nel frattempo si è mosso, e generalmente anche un aggiustamento di parti del soggetto come i capelli, forse la parte più difficile da acquisire. Nel caso di output a colori, anche una manipolazione e uniformazione dei colori diventa necessaria.

Il processo si conclude con una stampata (generalmente con stampante a gesso ma oggi anche in altri materiale che rendono il colore) ed ha come risultato una perfetta copia di noi stessi: un 3d selfie, o come si diceva fin dall’inizio, un MiniMe.  Il processo di stampa ha già in partenza un qualcosa di magico nel momento che la statua esce dalla polvere, una specie di ritrovamento di un antico reperto che emerge dalla polvere del tempo. Man mano che i colori affiorano (se i colori delle stampanti a gesso restano da migliorare, le nuove macchine multijet hanno decisamente ampliato il ventaglio della palette colore) ed emergono i dettagli, la sorpresa è la stessa di quando ci guardiamo da vicino allo specchio. Questo nel bene e nel male: nel senso che siamo noi, siamo veramente noi quando notiamo gli occhi, l’attaccatura dei capelli, ma siamo anche noi quando notiamo la postura che non ci piace, o la pancetta, o magari ci siamo scordati di scegliere bene il vestito che indossiamo prima della scansione. Lo specchio ci disturba per poco, la statuina dura per sempre, ed è sempre lì, a fissarci..

 

Inutile dire che dal momento della loro apparizione, i Mini Me sono stati usati per qualsiasi occasione: regali di matrimonio (con entrambi gli sposi), laurea, gravidanze, nonni e nipoti, famiglie intere, team aziendali, addirittura un intero paesino spagnolo qualche hanno fa si sottopose a questa curiosa novità tecnologica. Poi venne l’idea del gadget, sulle navi da crociera, negozi specializzati in toto su questo business, i propri animali domestici, riproduzioni di presidenti, celebrity e pornstar da vendere come feticcio. E perchè no, ci fu anche chi lo propose come urna cineraria personalizzata (da farsi per tempo, come il testamento). Ogni nuova forma di rappresentazione e moltiplicazione di noi stessi ha in sè una carica magnetica, e se noi sappiamo bene quanto piaccia alla società moltiplicarsi con i selfie, qui abbiamo addirittura una copia tridimensionale: citando Warhol, la riproducibilità dell’opera d’arte giunge qui alla sua apoteosi (sempre se riusciamo a vederci come opera artistica.. ). Il nostro ego è soddisfatto, per gli altri, vagli a spiegare perchè lo abbiamo fatto…

Ringraziamo Radio Veronica One che ci ha proposto un’intervista in merito.